Gli agnelli e i pastori
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    Fino al giorno in cui ci rivedrem

    Gli agnelli e i pastori

    Il mio piccolo amico era spaventato dalla burrasca e io udivo il suo belare.

    Fotografia di Suren Manvelyan/Thinkstock

    Quand’ero ragazzo, mio padre trovò un agnello sperso nel deserto. Il gregge al quale sua madre apparteneva si era spostato in un’altra zona, l’agnello era rimasto separato da sua madre e il pastore non si era accorto che esso si era smarrito. Poiché non poteva sopravvivere da solo nel deserto, mio padre lo prese e lo portò a casa. Se lo avesse lasciato nel deserto, l’agnello sarebbe sicuramente morto, perché o sarebbe diventato facile preda dei coyote o sarebbe morto di fame, poiché era così giovane che aveva ancora bisogno di latte. Alcuni pastori chiamano questi agnelli “trovatelli”. Mio padre mi regalò quell’agnello, e io diventai il suo pastore.

    Per diverse settimane riscaldai il latte della mucca in un biberon e nutrii l’agnello. Diventammo presto buoni amici. Lo chiamai Nigh, non ricordo perché. L’agnello cominciò a crescere. Io e lui giocavamo sul prato. Qualche volta ci sdraiavamo insieme sull’erba, io poggiavo la testa sul suo fianco soffice e lanoso e guardavo sopra di me il cielo azzurro e le bianche nuvole in continuo movimento. Durante il giorno non rinchiudevo l’agnello nella stalla, poiché sapevo che non sarebbe scappato. Ben presto imparò a mangiare l’erba. Potevo chiamare il mio agnello da qualsiasi punto del prato semplicemente imitando meglio che potevo il belare di una pecora: bee, bee.

    Una sera ci fu una terribile burrasca. Avevo dimenticato di mettere il mio agnello nella stalla, come avrei dovuto fare. Andai a letto. Il mio piccolo amico era spaventato dalla burrasca e io udivo il suo belare. Sapevo che dovevo aiutarlo, ma volevo rimanere al sicuro, al caldo e all’asciutto nel mio letto. Non mi alzai come avrei dovuto fare. Il mattino dopo quando uscii trovai il mio agnello morto. Un cane lo aveva udito belare anche lui e l’aveva ucciso. Credevo di morire di crepacuore. Non ero stato un buon pastore per quell’agnello che mio padre mi aveva affidato. Egli disse infatti: “Figliolo, non posso contare su di te neppure per aver cura di un agnellino?” L’osservazione di mio padre mi ferì più della perdita del mio piccolo amico. Quel giorno promisi, anche se ero ancora ragazzo, che non avrei mai più cercato di trascurare il mio ministero di pastore se mi fossi di nuovo trovato in tale posizione. […]

    Dopo più di sessant’anni posso ancora udire nella mente il belato di quell’agnello spaventato, per il quale non fui il buon pastore che avrei dovuto essere. Posso anche ricordare l’affettuoso rimprovero di mio padre: “Figliolo, non posso contare su di te neppure per aver cura di un agnellino?” Se non siamo buoni pastori, mi chiedo come ci sentiremo nell’eternità.

    Tratto da “I doveri di un pastore”, di James E. Faust, La Stella, luglio 1995, 55, 57.