Cunei nascosti
    Note a piè di pagina

    Cunei nascosti

    Non trasmettiamo alle generazioni future il rancore e la nostra rabbia. Rimuoviamo tutti i cunei nascosti che non fanno altro che distruggere.

    Alla Conferenza generale dell’aprile 1966, l’anziano Spencer W. Kimball tenne un discorso memorabile. Citò un racconto scritto da Samuel T. Whitman intitolato «Cunei nascosti». Oggi anche io ho scelto di citare Samuel T. Whitman, aggiungendo poi esempi tratti dalla mia vita.

    Whitman scrisse: «La tormenta di ghiaccio [quell’inverno] di solito non causava eccessivi danni. Vero; qualche linea elettrica cadeva e aumentavano improvvisamente gli incidenti sulle autostrade… Normalmente il grosso noce avrebbe sopportato facilmente il peso della neve che gravava sui suoi rami, ma fu il cuneo di ferro nel suo cuore a causare il danno.

    La storia del cuneo di ferro cominciò alcuni anni prima, quando il contadino, [che adesso abitava nella proprietà dove si trovava il cuneo] ormai incanutito dagli anni, era ancora un ragazzo che lavorava nella fattoria del padre. La segheria solo recentemente era stata trasferita dalla valle, e i contadini continuavano a trovare qua e là vecchi arnesi e parti di attrezzature.

    Quel particolare giorno il ragazzo aveva trovato nei pascoli a sud un pesante cuneo da spaccalegna, lungo più di trenta centimetri, con la testa allargata dai possenti colpi di mazza. [Un cuneo per abbattere gli alberi, che è inserito nel taglio fatto con una sega e poi è colpito con una mazza per allargare la spaccatura]. Poiché era già tardi per la cena, il ragazzo pose il cuneo… tra i rami del giovane noce che suo padre aveva piantato nelle vicinanze del cancello principale. Avrebbe portato il cuneo nella legnaia subito dopo la cena, o quando si fosse trovato di nuovo a passare di lì.

    Intendeva veramente farlo, ma non lo fece. Il cuneo era là tra i rami, stretto da ogni parte, quando il ragazzo era ormai diventato un giovanotto. Era là, irrimediabilmente incastrato nel legno, quando si sposò e cominciò a mandare avanti la fattoria di suo padre. Era quasi ricoperto il giorno in cui gli operai addetti alla mietitura consumarono il pranzo all’ombra dell’albero… Infisso profondamente e ricoperto, il cuneo era ancora nell’albero quando venne la tormenta di neve invernale.

    Nel freddo silenzio di quel gelido inverno… uno dei tre rami principali dell’albero si spaccò dal tronco e cadde a terra. Ciò sbilanciò l’albero, così anche gli altri rami si spaccarono e caddero. Quando la bufera cessò, non rimase un ramoscello di quello che era una volta un maestoso albero.

    Il mattino dopo il contadino andò sul posto, dispiaciuto per la perdita…

    Poi i suoi occhi caddero su un oggetto che emergeva dal ceppo. ‹Il cuneo che trovai nei pascoli a sud›, mormorò, rimproverandosi. Immediatamente si rese conto del motivo della caduta dell’albero. La presenza del cuneo infisso nel tronco aveva impedito alle fibre di unirsi come avrebbero dovuto».1

    Miei fratelli e sorelle, ci sono cunei nascosti nella vita di molte persone che conosciamo, sì, forse nella nostra stessa famiglia.

    Lasciate che vi racconti la storia di un amico di vecchia data, che ora ha lasciato questa vita terrena. Si chiamava Leonard. Non era un membro della Chiesa, sebbene lo fossero sua moglie e i suoi figli. Sua moglie era presidentessa della Primaria, suo figlio aveva svolto una missione onorevole. Sua figlia e suo figlio si erano sposati in cerimonie solenni e si erano creati la propria famiglia.

    Leonard piaceva a tutti coloro che lo conoscevano, e piaceva anche a me. Egli sostenne la moglie e i figli nei loro incarichi di Chiesa. Partecipò con loro a molte attività patrocinate dalla Chiesa. Egli trascorse una vita buona e pura, una vita di servizio e gentilezza. La sua famiglia, come molti altri, si chiedevano come mai Leonard vivesse la sua prova terrena senza le benedizioni che il Vangelo porta ai suoi fedeli.

    In vecchiaia, la salute di Leonard peggiorò. Alla fine fu ricoverato in ospedale e la vita si stava avvicinando alla fine. In quello che risultò l’ultimo mio dialogo con Leonard, egli disse: «Tom, ti conosco da quando eri un bambino. Mi sento di spiegarti perché non mi sono mai unito alla Chiesa». Raccontò, allora, un’esperienza capitata ai suoi genitori molti, molti anni prima. Loro malgrado, i membri della famiglia erano arrivati al punto di sentire la necessità di vendere la loro fattoria e avevano ricevuto un’offerta. Un contadino, loro vicino, chiese invece che la fattoria fosse venduta a lui, sebbene a un prezzo inferiore, aggiungendo: «Siamo stati così buoni amici. In questo modo, se avrò la proprietà, potrò prendermi cura di essa». Dopo lunghe riflessioni, i genitori di Leonard accettarono l’offerta del vicino e vendettero la fattoria. Il compratore, cioè il vicino, aveva una posizione di responsabilità nella Chiesa, il che costituiva un motivo di fiducia in più, e che contribuì a persuadere la famiglia a vendere a lui, senza rendersi conto di quanto denaro in più avrebbero ottenuto se avessero venduto al primo offerente. Non molto tempo dopo la cessione, il vicino vendette sia la sua fattoria che quella acquistata dalla famiglia di Leonard in un pacchetto che massimizzò il valore e quindi il prezzo di vendita. La domanda da lungo tempo posta sul motivo per cui Leonard non si fosse mai unito alla Chiesa aveva trovato risposta. Aveva sempre pensato che la sua famiglia fosse stata imbrogliata dal vicino.

    Mi confidò che dopo la nostra conversazione sentiva finalmente che un grande fardello gli era stato alleviato mentre si preparava a incontrare il suo Creatore. La tragedia è che un cuneo nascosto aveva impedito a Leonard di librarsi a maggiori altezze.

    Conosco una famiglia che giunse in America dalla Germania. L’inglese era difficile per loro. Non avevano che pochi mezzi, ma ognuno fu benedetto con la volontà di lavorare e con l’amore di Dio.

    Il loro terzo figlio era nato, ma non visse che due mesi e poi morì. Il padre era un ebanista e fece una bellissima bara per il corpo del suo prezioso piccino. Il funerale fu tenuto in un giorno uggioso, riflettendo pertanto la tristezza che sentivano per la perdita del loro figlioletto. Mentre la famiglia si incamminava verso la cappella, col padre che portava la piccola bara, si era raccolto qualche amico. Tuttavia, la porta della cappella era chiusa. Il vescovo, troppo indaffarato, si era dimenticato del funerale. I tentativi di contattarlo furono vani. Non sapendo che fare, il padre prese la bara sotto il braccio e, con la famiglia accanto, la portò a casa, camminando sotto una fitta pioggia.

    Se la famiglia non fosse stata così forte, avrebbe potuto incolpare il vescovo e serbare cattivi sentimenti. Quando il vescovo scoprì la tragedia, si recò dalla famiglia e si scusò. Con la ferita ancora evidente nella sua espressione, ma con le lacrime agli occhi, il padre accettò le scuse e i due si abbracciarono in uno spirito di comprensione. Non fu lasciato nessun cuneo nascosto a causare ulteriori sentimenti di rabbia. Prevalsero l’amore e la benevolenza.

    Lo spirito deve essere liberato dalle catene così forti e dai sentimenti non acquietati, in modo che le goie della vita possano dare vivacità all’anima. In molte famiglie ci sono risentimenti e una riluttanza al perdono. Non importa in verità quali fossero le questioni. Non possono e non devono continuare a ferire. Il rimprovero tiene le ferite aperte. Solo il perdono guarisce. George Herbert, un poeta del XVII secolo, scrisse: «Chi non riesce a perdonare gli altri abbatte il ponte su cui egli stesso deve passare se mai vuole raggiungere il cielo, poiché tutti abbiamo bisogno del perdono».

    Bellissime sono le parole del Salvatore proferite sul punto di morire sulla crudele croce. Egli disse: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».2

    Vi sono delle persone che hanno difficoltà a perdonare se stesse e che si soffermano su tutti gli errori che si accorgono di commettere. Mi piace il racconto di un dirigente religioso che andò al capezzale di una donna sul letto di morte, cercando di confortarla, ma invano. Ella disse: «Sono persa. Ho rovinato la mia vita e quella di tutti coloro che mi circondano. Non c’è speranza per me».

    L’uomo notò sul cassettone una foto incorniciata di una bella ragazza. «Chi è quella ragazza?» domandò.

    La donna s’illuminò. «È mia figlia, l’unica cosa bella della mia vita».

    «Le andrebbe in aiuto se fosse nei guai o avesse commesso un errore? La perdonerebbe? L’amerebbe ancora?»

    «Certo che lo farei!», esclamò la donna. «Farei qualsiasi cosa per lei. Perché mi fa questa domanda?»

    «Perché voglio che sappia», disse l’uomo, «che parlando in senso figurato, il Padre celeste ha una fotografia di lei sul Suo cassettone. Egli l’ama e l’aiuterà. Lo invochi».

    Un cuneo nascosto contro la sua felicità era stato rimosso.

    In un momento di pericolo o in un periodo di prove questa conoscenza, speranza, comprensione porterà conforto alla mente turbata e al cuore afflitto. Tutto il messaggio del Nuovo Testamento emana un invito al risveglio dell’animo umano. Le ombre della disperazione svaniscono davanti ai raggi della speranza, il dolore cede alla gioia e il senso di smarrimento svanisce davanti alla sicura conoscenza che il nostro Padre celeste si ricorda di ognuno di noi.

    Il Salvatore ci dette la certezza di questa verità quando insegnò che neppure un passero cade a terra senza essere notato dal nostro Padre. Poi Egli concluse questo stupendo concetto dicendo: «Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri».3

    Qualche tempo fa ho letto un articolo della Associated Press che apparve sul giornale. Diceva che un uomo anziano ha rivelato al funerale di suo fratello, con il quale aveva condiviso sin dalla giovinezza una piccola baracca di una sola stanza vicino a Canisteo, New York, che a causa di una lite avevano diviso in due la stanza con una linea tracciata con il gesso e nessuno dei due l’aveva mai oltrepassata né aveva mai detto una sola parola all’altro da quel giorno, sessantadue anni prima!» Che potente e distruttivo cuneo nascosto.

    Come scrisse Alexander Pope: «Errare è umano, perdonare è divino».4

    A volte possiamo offenderci molto facilmente. In altri casi siamo troppo ostinati per accettare delle scuse sincere. Mettiamo da parte il nostro ego, l’orgoglio e il risentimento, poi facciamoci avanti e diciamo «Mi dispiace veramente! Torniamo amici come eravamo una volta. Non trasmettiamo alle generazioni future il rancore e la nostra rabbia». Rimuoviamo tutti i cunei nascosti che non fanno altro che distruggere.

    Da dove vengono i cunei nascosti? Alcuni vengono da dispute non risolte, che portano a cattivi sentimenti, seguiti da rimorso e rimpianto. Altri trovano le loro origini nelle delusioni, gelosie, litigi e offese presunte. Dobbiamo risolverli, dobbiamo metterli a riposo e non lasciare che crescano, si aggravino e alla fine distruggano.

    Un giorno mi venne a trovare una cara signora di più di novant’anni e inaspettatamente mi raccontò diverse cose di cui si rammaricava. Menzionò che molti anni prima un vicino agricoltore, col quale lei e suo marito erano stati occasionalmente in disaccordo, chiese se potesse attraversare la sua proprietà per raggiungere il suo proprio terreno. Ella si fermò per un momento, poi con la voce tremante, disse: «Tommy, non lo lasciai attraversare la nostra proprietà ma gli chiesi di prendere la lunga strada attorno, anche a piedi, per raggiungere la sua proprietà. Sbagliai e me ne rammarico. Adesso egli non c’è più, ma, oh, vorrei potergli dire ‹Mi dispiace tanto›. Come vorrei avere una seconda possibilità».

    Mentre l’ascoltavo mi vennero in mente le parole scritte da John Greenleaf Whittier: «Di tutte le parole tristi che la lingua o la penna può dire, le più tristi sono queste: ‹Avrebbe potuto essere!›»5

    Dal Libro di Mormon, in 3 Nefi, viene questo ispirato consiglio: «E non vi saranno dispute fra voi… Poiché in verità, in verità io vi dico che colui che ha lo spirito di contesa non è mio, ma è del diavolo, che è il padre delle contese, e incita i cuori degli uomini a contendere con ira l’uno con l’altro. Ecco, questa non è la mia dottrina, di incitare i cuori degli uomini all’ira, l’uno contro l’altro; ma la mia dottrina è questa, che tali cose siano eliminate».6

    Lasciatemi concludere con un racconto su due uomini che sono degli eroi per me. I loro gesti di coraggio non furono fatti per una nazione, ma piuttosto in una pacifica valle dello Utah conosciuta come Midway.

    Molti anni fa Roy Kohler e Grant Remund lavorarono insieme in seno alla Chiesa. Erano molto amici. Erano agricoltori e lattai. Poi sorse un’incomprensione che creò in qualche modo una spaccatura tra di loro.

    In seguito, quando Roy Kohler si ammalò gravemente di cancro e gli rimaneva poco tempo da vivere, io e mia moglie Frances andammo a trovarlo e gli diedi una benedizione. Quando dopo ci mettemmo a parlare, fratello Kohler disse: «Lascia che ti narri una delle esperienze più care che abbia fatto nella mia vita». Mi raccontò dell’incomprensione tra lui e Grant Remund e il conseguente allontanamento. Il suo commento fu: «Eravamo in rotta l’un con l’altro.

    Poi», continuò Roy, «avevo appena messo via il nostro fieno per l’inverno, quando una notte, come risultato di una combustione spontanea, il fieno prese fuoco, bruciando il fienile e tutto ciò che c’era dentro fino al suolo. Ero devastato», disse Roy. «Non sapevo cosa avrei fatto. La notte era scura, eccetto per la brace che si spegneva. Vidi allora venire verso di me dalla strada, dalla direzione della tenuta di Grant Remund, le luci dei trattori e dei mezzi pesanti. Quando la ‹squadra di soccorso› girò sulla nostra strada e mi incontrò mentre ero in lacrime, Grant disse: ‹Roy, hai un bel po’ di lavoro da sistemare qui. Io e i miei uomini siamo qui. Diamoci da fare›». Insieme si misero a lavorare. Sparì per sempre il cuneo nascosto che li aveva separati per un breve periodo. Lavorarono per tutta la notte e il giorno dopo, insieme a molte altre persone della comunità che si unirono a loro.

    Roy Kohler è morto e Grant Remund sta invecchiando. I loro figli hanno lavorato insieme nello stesso vescovato. Faccio veramente tesoro dell’amicizia di queste due meravigliose famiglie.

    Possiamo noi essere sempre degli esempi nella nostra casa e fedeli nell’osservare tutti i comandamenti, non serbando mai cunei nascosti ma ricordandoci piuttosto l’ammonimento del Salvatore: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».7

    Questo è il mio invito e la mia preghiera. Nel nome di Gesù Cristo, amen.

    Note

    1. In Conference Report, Aprile 1966, 70.

    2. Luca 23:34.

    3. Matteo 10:31

    4. An Essay on Criticism (1711), parte 2, riga 525.

    5. «Maud Muller», The Complete Poetical Works of Whittier (1892), 48.

    6. 3 Nefi 11:28–30.

    7. Giovanni 13:35.