2010–2019
Volgetevi al Signore
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Volgetevi al Signore

Non possiamo controllare tutto quello che ci accade; abbiamo, però, il controllo totale di come reagiamo ai cambiamenti nella nostra vita.

Nella primavera del 1998 io e Carol siamo riusciti a unire un viaggio di lavoro a una vacanza di famiglia e a portare alle Hawaii per qualche giorno i nostri quattro figli, insieme a mia suocera da poco rimasta vedova.

La sera prima del volo per le Hawaii, a Jonathon, il nostro figlio di quattro mesi, è stata diagnostica un’otite in entrambe le orecchie e ci è stato detto che non avremmo potuto viaggiare per almeno tre o quattro giorni. Così abbiamo deciso che Carol sarebbe rimasta a casa con Jonathon mentre io sarei partito con il resto della famiglia.

Subito dopo il nostro arrivo, ho ricevuto il primo segnale che questo non sarebbe stato il viaggio che avevo immaginato. Mentre percorrevamo il sentiero costeggiato di palme e illuminato dalla luna con la vista dell’oceano che si apriva dinanzi a noi, mi sono girato per commentare la bellezza dell’isola e, in quel momento così romantico, invece di vedere Carol, mi sono ritrovato a guardare negli occhi mia suocera — per la quale, voglio aggiungere, provo un profondo affetto. Semplicemente non era quello che mi ero immaginato. Nemmeno Carol si era immaginata di trascorrere la vacanza a casa da sola con il nostro figlioletto malato.

Nella nostra vita, ci sono volte in cui ci troviamo a percorrere un sentiero inaspettato, affrontando situazioni molto più gravi di una vacanza rovinata. Come reagiamo quando eventi, spesso fuori dal nostro controllo, alterano la vita che avevamo pianificato o che avevamo sperato?

Il 6 giugno 1944, Hyrum Shumway, un giovane sottotenente dell’esercito statunitense, sbarcò sull’Omaha Beach per prender parte al D-day. Superò sano e salvo lo sbarco, ma il 27 luglio, mentre partecipava all’avanzata degli Alleati, fu gravemente ferito dall’esplosione di una mina anticarro. In un istante la sua vita e la sua futura carriera di medico erano state drammaticamente compromesse. Nonostante molteplici interventi chirurgici che lo aiutarono a riprendersi da gran parte delle sue ferite gravi, il fratello Shumway non riuscì mai a riacquistare la vista. Come avrà reagito?

Dopo tre anni in una clinica di riabilitazione, egli tornò a casa a Lovell, nel Wyoming. Sapeva che il suo sogno di diventare medico era ormai irrealizzabile, ma era deciso ad andare avanti, a sposarsi e a prendersi cura di una famiglia sua.

Alla fine, trovò lavoro a Baltimora, nel Maryland, come consulente per la riabilitazione e specialista per l’impiego per le persone non vedenti. Durante il suo processo di riabilitazione aveva imparato che i ciechi erano in grado di fare molto più di quanto egli pensasse e, negli otto anni trascorsi in questo ruolo, riuscì a trovare lavoro a più persone non vedenti di qualsiasi altro consulente nel paese.

Fiducioso nella sua capacità di provvedere a una famiglia, Hyrum chiese alla sua amata di sposarlo dicendole: “Se tu leggerai la posta, abbinerai le calze e guiderai l’auto, io posso fare tutto il resto”. Dopo poco tempo furono suggellati nel Tempio di Salt Lake e, infine, furono benedetti con la nascita di otto figli.

Nel 1954, i Shumway ritornarono nel Wyoming, dove il fratello Shumway lavorò per trentadue anni come direttore nazionale per l’istruzione dei ciechi e dei sordi. Durante quel periodo, servì come vescovo del Rione di Cheyenne 1 per sette anni e, in seguito, come patriarca di palo per diciassette anni. Inoltre, una volta in pensione, il fratello Shumway e sua moglie servirono come coppia senior nella Missione di Londra Sud, in Inghilterra.

Hyrum Shumway è morto nel marzo 2011, lasciando dietro di sé un retaggio di fede e di fiducia nel Signore, anche in situazioni difficili, per la sua generazione di figli, nipoti e pronipoti.1

La vita di Hyrum Shumway può essere stata cambiata dalla guerra, egli però non ha mai avuto dubbi sulla sua natura divina e sul suo potenziale eterno. Come lui, siamo figli e figlie di spirito di Dio e abbiamo accettato “il Suo piano mediante il quale [possiamo] ricevere un corpo fisico e fare un’esperienza terrena per progredire verso la perfezione, e infine realizzare il [nostro] destino divino come eredi della vita eterna”2. Nessun cambiamento, nessuna prova o nessuna opposizione può alterare quel corso eterno — possono farlo solo le nostre scelte quando esercitiamo il nostro arbitrio.

I cambiamenti, e le conseguenti sfide, con cui abbiamo a che fare durante la vita terrena, giungono in un varietà di forme e dimensioni e incidono su ciascuno di noi in modi unici. Come voi, anch’io ho visto amici e familiari affrontare sfide causate da:

  • la morte di una persona cara;

  • un brutto divorzio;

  • magari non aver mai avuto l’opportunità di sposarsi;

  • una malattia o un infortunio grave;

  • persino disastri naturali, come abbiamo visto di recente in tutto il mondo.

E l’elenco continua. Sebbene ogni “cambiamento” possa essere proprio della nostra situazione, c’è un filo conduttore che lega le prove o le sfide che ne conseguono: la speranza e la pace sono sempre a disposizione tramite il sacrificio espiatorio di Gesù Cristo. L’Espiazione di Gesù Cristo offre le perfette misure correttive e guaritrici per ogni corpo ferito, per ogni spirito danneggiato e per ogni cuore infranto.

Egli sa, in un modo che nessun altro può comprendere, di che cosa abbiamo bisogno individualmente, al fine di andare avanti quando è in atto un cambiamento. A differenza degli amici e delle persone care, il Salvatore non solo ci capisce, ma riesce a immedesimarsi perfettamente perché Lui ci è già passato. Oltre a soffrire per i nostri peccati e a pagarne il prezzo, Gesù Cristo ha anche percorso ogni sentiero, affrontato ogni sfida e patito ogni dolore — fisico, emotivo o spirituale — che noi potremo mai incontrare durante la nostra vita terrena.

Il presidente Boyd K. Packer insegnò: “La misericordia e la grazia di Gesù Cristo non sono riservate a coloro che peccano […], ma includono la promessa di pace perpetua per tutti coloro che [Lo] accettano e [Lo] seguono […]. La Sua misericordia è la guaritrice per eccellenza, anche per le vittime innocenti”3.

Durante questa vita terrena non possiamo controllare tutto quello che ci accade; abbiamo, però, il controllo totale di come reagiamo ai cambiamenti nella nostra vita. Questo non implica che le sfide e le prove che affrontiamo non abbiano conseguenze e siano facili da gestire o da affrontare. Non implica che non proveremo dolore o dispiacere. Significa, invece, che c’è motivo di sperare e che grazie all’Espiazione di Gesù Cristo possiamo andare avanti e vivere giorni migliori — sì, proprio giorni pieni di gioia, di luce e di felicità.

In Mosia leggiamo la storia di Alma, l’ex sacerdote del re Noè, e del suo popolo, i quali “essendo [stati avvertiti] dal Signore [,] partirono per il deserto dinanzi agli eserciti di re Noè”. Dopo otto giorni “giunsero in […] un paese molto bello e piacevole” dove “piantarono le tende e cominciarono a coltivare la terra, e cominciarono a costruire degli edifici”.4

La loro situazione sembrava promettente. Avevano accettato il vangelo di Gesù Cristo. Erano stati battezzati stringendo così l’alleanza di servire il Signore e di osservare i Suoi comandamenti. E “si moltiplicarono e prosperarono grandemente nel paese”5.

Tuttavia, le circostanze sarebbero cambiate presto. “Un esercito di Lamaniti fu ai confini del paese”.6 Dopo poco Alma e il suo popolo si ritrovarono in schiavitù e “le loro afflizioni erano tanto grandi, che essi cominciarono a invocare Dio a gran voce”. Inoltre, i carcerieri ordinarono loro persino di smettere di pregare, altrimenti “chiunque fosse [stato] trovato a invocare Dio [sarebbe stato] messo a morte”.7 Alma e il suo popolo non avevano fatto nulla per meritare questa nuova situazione. Come avranno reagito?

Invece di prendersela con Dio, si volsero a Lui e “aprirono a lui il cuore”. In risposta alla loro fede e alle loro preghiere silenziose, il Signore disse: “State di buon animo. [Io] allevierò […] i fardelli che sono posti sulle vostre spalle, cosicché non possiate sentirli più sulla schiena”. Poco dopo, “il Signore li fortificò cosicché potessero portare agevolmente i loro fardelli, ed essi si sottoposero allegramente e con pazienza a tutta la volontà del Signore”.8 Sebbene non fossero stati ancora liberati dalla schiavitù, volgendosi al Signore invece di allontanarsi da Lui, essi furono benedetti in base alle loro necessità e alla saggezza del Signore.

Come ha insegnato l’anziano Dallin H. Oaks: “Le benedizioni di guarigione giungono in molti modi, ognuno dei quali adatto ai bisogni individuali, come conosciuti da Colui che ci ama di più. Talvolta una ‘guarigione’ sana le malattie o allevia i fardelli. Altre volte, invece, siamo ‘guariti’ ricevendo la forza, la comprensione o la pazienza di portare i fardelli che ci sono posti”9.

Alla fine, “così grandi erano la loro fede e la loro pazienza” che Alma e il suo popolo furono liberati dal Signore “e resero grazie”, “poiché erano in schiavitù, e nessuno poteva liberarli eccetto il Signore loro Dio”.10

La triste ironia è che, troppo spesso, è proprio chi versa maggiormente nel bisogno che si allontana dalla propria fonte perfetta di aiuto: il nostro Salvatore Gesù Cristo. Il noto racconto scritturale del serpente di rame ci insegna che quando affrontiamo delle prove, abbiamo una scelta. Dopo che molti figlioli di Israele furono morsi da “serpenti volanti fiammeggianti”11, “un simbolo fu innalzato […] affinché chiunque […] avesse guardato potesse vivere. [Tuttavia, ebbero una scelta.] E molti guardarono e vissero.

[…] Ma ve ne furono molti che erano così induriti che non vollero guardare, perciò perirono”12.

Come gli antichi Israeliti, anche noi veniamo invitati ed esortati a guardare al Salvatore e vivere, poiché il Suo giogo è dolce e il Suo carico è leggero, persino quando il nostro potrebbe essere pesante.

Alma il Giovane insegnò questa verità sacra quando disse: “So che chiunque riporrà la sua fiducia in Dio sarà sostenuto nelle sue prove, nelle sue difficoltà e nelle sue afflizioni, e sarà elevato all’ultimo giorno”13.

In questi ultimi giorni, il Signore ci ha messo a disposizione numerose risorse, i nostri “serpenti di rame”, il cui scopo è quello di aiutarci a guardare a Cristo e a riporre in Lui la nostra fiducia. Gestire le prove della vita non significa ignorare la realtà, significa invece decidere su cosa concentrarci e scegliere le fondamenta su cui costruire.

Queste risorse includono, ma non si limitano a:

  • lo studio regolare delle Scritture e degli insegnamenti dei profeti viventi;

  • la preghiera e il digiuno frequenti e sinceri;

  • prendere degnamente il sacramento;

  • andare al tempio con regolarità;

  • le benedizioni del sacerdozio;

  • i saggi consigli di professionisti preparati;

  • e persino le medicine, quando prescritte adeguatamente e assunte come indicato.

Quale che sia il cambiamento delle circostanze della vita in cui ci imbattiamo e quale che sia il sentiero che ci troviamo a percorrere, il modo in cui reagiamo è una scelta. Volgerci al Salvatore e aggrapparci alla mano che Egli ci tende è sempre la nostra opzione migliore.

L’anziano Richard G. Scott insegnò questa verità eterna: “La vera felicità duratura, con la forza, il coraggio e la capacità di superare le prove più difficili che l’accompagnano, si conosce soltanto se la nostra vita è incentrata su Gesù Cristo. […] Non vi è la garanzia di un risultato immediato, ma abbiamo l’assoluta certezza che al tempo stabilito dal Signore, troveremo la soluzione, che la pace prevarrà e che il vuoto sarà colmato”14.

Di queste verità porto testimonianza. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.